Un dolce siciliano di riso e mandorle

Gli anziani siciliani lo esclamano ancora quando se lo ritrovano nel menù: “Risu: quantu mi jsu”. La traduzione in italiano è semplice: “Riso, e già mi alzo (da tavola)”, e rivela quel senso di leggerezza che il cereale restituisce all’assaggiatore a pasto già concluso. Un buon piatto di riso, in teoria, non dovrebbe rientrare  nell’immaginario sensuale del pranzo siciliano. Ai clamorosi timballi di pasta, alle teglie domenicali di maccheroni al forno farcite con ogni ben di dio, alla pasta con le sarde e l’uva passa, per un siciliano doc non si potrebbe sostituire il migliore dei risotti di matrice settentrionale.

Gli invasori arabi erano dei buongustai

Ma questa è la terra delle contraddizioni. Il cibo di strada per eccellenza che ha resistito ai secoli e che rimane il più amato dagli isolani è proprio l’arancino (o arancina per i siciliani occidentali), cono di riso fritto condito al suo interno con ragù, piselli  e caciocavallo, o verdure e prosciutto, o anche in deliziose versioni naturalmente vegane. Merito degli Arabi, indimenticati invasori della Sicilia, che introdussero la coltura del cereale  e persino dello zafferano ricavandone delle pietanze che molto somigliano agli attuali arancini ma anche alla base del risotto alla milanese. In Lombardia, d’altronde, il riso lo introdussero gli Aragonesi di Sicilia.


Poi per volontà di Cavour il riso rimase al Piemonte e il grano alla Sicilia, e Mussolini chiuse la partita con un colpo di coda. Come leggiamo in Cronache di gusto.

E Mussolini chiuse definitivamente la partita, qualche decennio dopo, quando ordinò “la bonifica integrale”. Compresa quella del Principe Moncada che sulla piana di Catania possedeva un feudo impiantato a risaia che si perdeva oltre l’orizzonte.

Da poco meno di dieci anni, inoltre, il riso è tornato nei campi siciliani grazie alla buona volontà di agricoltori pronti ad investire su specialità come Arborio e Carnaroli. 

Chicchi siciliani, chicchi dolci

Storia patria e scommesse imprenditoriali a parte, il riso è presente nelle portate dei dolci siciliani con le tradizionali crispelle fritte affondate nel miele e profumate di arancia che portano con loro mille leggende e profumi. Nessun bar catanese, o pasticceria o friggitoria degno di questo nome può farsele sfuggire durante la festa di San Giuseppe.

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Cucina del sole propone spesso una ricetta semplice e gustosissima ai suoi corsisti, e cioè il
Dolce di riso e mandorle

 

 

Dolce di riso alle mandorle ricetta Monica Consoli (realizzazione e foto corsista @etnarose)
Dolce di riso e mandorle

Per 8/10 persone: 200 g riso, 200 g zucchero, 1 lt latte intero, 1 bacca di vaniglia, scorza di arancia o limone, 1 pizzico di sale, 100 g mandorle tostate e tritate, 4 uova, zucchero a velo per rifinire.

Procedimento: In una pentola, mettere il latte con la bacca di vaniglia incisa con la punta di un coltellino e la scorza di arancia o limone. Portare a bollore, aggiungere il sale e il riso e cuocere per circa 15 minuti, mescolando di tanto in tanto, finché il riso avrà assorbito il latte ma sarà comunque rimasto morbido e non troppo asciutto. Eliminare la scorza e la bacca e far raffreddare. Montare le uova con lo zucchero, unire il riso, mescolando bene, le mandorle e la scorza grattugiata. Disporre il composto in una pirofila e cuocerlo nel forno già caldo a 160° per circa 50 minuti. Estrarre la pirofila dal forno. Servire il dolce tiepido o freddo, dopo averlo cosparso di zucchero a velo.

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